Agosto 1586. Un clamoroso ed efferato delitto d’onore, di cui si parlerà per generazioni e che coinvolge eminenti famiglie patrizie veneziane – i Bon, i Trevisan, i Molin – avviene nella bassa padovana, dipanandosi i fatti tra la Mincana di Carrara e Gorgo di Cartura, ma toccando anche le località del Cataio, di Pontemanco e di Bovolenta e la città di Padova. Di tali eventi – realmente accaduti – e di ciò che ne susseguì ancora rimangono, nei pubblici archivi, atti e documenti.
Paolo Valandro
Ennio Chiaretto ne ha costruito un romanzo storico che, pur nelle licenze del racconto, ripropone la reale trama ed ambientazione, talora col gustoso utilizzo di termini ora desueti ma allora correnti, che ce ne fanno assaporare il clima rinascimentale, sapientemente descritto negli usi e costumi di allora con una rappresentazione vivida e gustosa. Un romanzo da leggere tutto d’un fiato.
La lettura è molto piacevole e scorrevole. Trama molto appassionante e personaggi ben descritti e tratteggiati in modo ricercato. La descrizione dei luoghi così particolareggiata mi ha fatto sprofondare in atmosfere piene di emozioni.È un libro che merita di essere letto, perché molto coinvolgente e intrigante. È stato un vero piacere poterlo leggere, i miei complimenti
Monica Friso
Il secondo scritto a carattere storico di Ennio Chiaretto si presenta in modo nettamente diverso rispetto al suo Storie nella storia di Maserà. Il motore a lacrime e sangue: non solo, infatti, travalica i confini cronologici dell’età contemporanea, spingendosi fino al cuore dell’età moderna, ma si presenta anche come un racconto in cui la ricostruzione dei fatti del passato lascia tutto lo spazio possibile alla verve narrativo-immaginifica dell’autore: una verve che emerge, in particolare, nel tratteggiare i personaggi e soprattutto i dialoghi tra di essi, tutti rigorosamente basati sul linguaggio del tempo, grazie ad un sapiente uso del Dizionario veneziano della lingua e della cultura popolare del XVI secolo di Manlio Cortelazzo.
Liviana Gazzetta
La vicenda è quella del patrizio veneziano Alvise Bon, che nell’estate del 1586 a Gorgo di Cartura uccide la moglie Paolina, appartenente all’altrettanto nobile famiglia veneta dei Molin, insieme all’amante Andrea Trevisan. Quest’ultimo aveva dato una festa nella sua villa Mincana di Battaglia che poi si era ulteriormente ‘dispiegata’, seguendo i corsi d’acqua che attraverso Carrara giungevano fino a Bovolenta; quando la compagnia si era sciolta, per la notizia che un magazzino dei Bon a Bovolenta stava andando a fuoco, il bel Trevisan aveva trovato la sua carrozza manomessa ed era caduto nella trappola del marito ‘disonorato’.
Potrebbe sembrare una storia come tante altre emergente dal passato, interessante dal punto di vista della storia locale e del tutto godibile sul piano della lettura; e invece non è solo questo: è molto di più di un tassello di vita sociale del Veneto di età moderna che vale la pena di riportare alla memoria. Letto con attenzione, il romanzo si presenta anche come una ricostruzione storica che interroga il passato con le domande del presente. In primo luogo la vicenda ci fa toccare con mano quali siano gli schemi mentali, sociali e anche giuridici di una società che da tempo immemore identifica l’onore familiare con il controllo maschile sul corpo femminile; in secondo luogo, grazie alla narrazione riusciamo a capire come questi schemi siano più radicati e profondi di ogni elaborazione culturale o variazione di costume: il nobile Alvise Bon, infatti, che grazie al dotto fratello era probabilmente entrato in contatto con le dottrine di Galileo e Giordano Bruno, e che per linea materna era imparentato con illustri figure di dogi, non era un uomo offeso nel suo onore, che in un raptus di gelosia uccide chi ha tradito la sua fiducia. No, Bon era un femminicida, per dirla con il nostro linguaggio: un assassino seriale, che aveva architettato a tavolino questa doppia uccisione, dopo essersi già macchiato della stessa colpa nei confronti della prima moglie Adriana. Tutto questo, però, la giustizia ufficiale del tempo non è pronta a intuirlo e a vederlo, come mostra Chiaretto, finché non giungono in scena degli attori in parte estranei a questi schemi: una banda di bambini abbandonati e il dotto padovano Antonio Quarenghi col suo fido aiutante… <da Bertepaglia>.
Un giallo storico trascinante e avvolgente, una storia avvincente che, con grande ricercata e dosata fantasia, lo scrittore ha saputo condividere con noi. La bellezza delle descrizioni è un valore aggiunto per chi, come me, è cresciuto nei luoghi in cui la vicenda è ambientata.
Francesco Destro
